Top

Film

Solidare

Il cinema aiuta a dare voce alle nostre parti mute

Non c'è come un film, una scena o un dialogo sul grande schermo per illuminare qualcosa di noi che fino a quel momento era avvolto nel buio.

Nel documento in allegato abbiamo selezionato alcuni film vecchi e nuovi, e li abbiamo suddivisi per argomento. L'elenco risente di una inevitabile soggettività e ovviamente alcuni titoli possono fare riflettere su più argomenti, oltre a quello indicato.

Marilyn ha gli occhi neri

di Simone Godano con Stefano Accorsi e Miriam Leone

Marilyn ha gli occhi neri

E’ un film sulle problematiche psichiche che non scivola mai sulla retorica, non ridicolizza e soprattutto apre uno sguardo alla speranza, al futuro e quelle possibili trasformazioni che si schiudono quando le persone, anche se attraversate da forti problemi e disagi, si incontrano, si raccontano e lavorano per costruire qualcosa insieme.

Diego (Stefano Accorsi) con i suoi tic e le sue ingestibili accensioni con urla e strepiti incontra Clara (Miriam Leone) una ragazza mitomane, fragile e irrimediabilmente bugiarda, in un gruppo di riabilitazione  forzata di un day hospital condotto da uno psichiatra che tenta, nel dar loro il  progetto comune di cucinare insieme per gli anziani di quartiere, di liberarli dalla concentrazione su di sé e di aiutarli a recuperare la parte  migliore di sé verso un futuro possibile. I due personaggi, Diego e Clara, litigano, si comprendono, non si giudicano, e forse si ameranno, accettando poi la sfida di aprire un ristorante, mentre gli altri personaggi del gruppo con le loro caratteristiche peculiari: timori persecutori, litigiosità paure e incapacità di contenersi, riusciranno a costruire uno sfondo umano delicato e armonico, pur nella loro perturbante disarmonia.
E’ un film che ci fa sorridere, con leggerezza e con un po’ di amarezza, ma anche con quella calda consapevolezza che l’incontrarsi in gruppo e  poter condividere con umiltà le proprie difficoltà riesce spesso a trasformare i punti deboli in risorse affettive e vitali…

Il silenzio grande

di Alessandro Gassman con Margherita Buy, Massimiliano Gallo

Il silenzio grande

Una grande villa in vendita che si affaccia su Ischia, nella Napoli degli anni Sessanta.
La abitano un padre, scrittore di successo che non vuole cedere alle lusinghe e ai guadagni offerti dai media, la cui ostinazione porta la famiglia sul lastrico; una madre, tremula figura che si aggira per casa smarrita e che ogni tanto innaffia un bonsai clamorosamente stecchito, al centro delle attenzioni goffe di uno spasimante; un figlio schiacciato dalla figura paterna, al quale rivela finalmente di essere omosessuale; una figlia, anch’essa vittima della fama del padre, che si accompagna a uomini maturi per provare a essere una figlia desiderata, e che rimane incinta di uno di loro. E poi c’è una governante, anima schietta e debordante di saggezza popolare, che ingaggia frequenti dialoghi con l'uomo, che è sinceramente aperto di mente, ma sembra asserragliato nella sua stanza piena di libri, dove implora di essere lasciato in pace per scrivere un nuovo romanzo.

Parafrasando La stanza del figlio di Moretti, si potrebbe dire che tutto il film di Gassman ruota intorno alla stanza del padre, densa di ricordi, polverosa, dove anche i colori virano sui toni cipria, sembrano sfumati, dove i libri sono accatastati con un ordine tutto personale stabilito dall’intensità emotiva del testo. Nei libri c’è tutto, noi siamo i libri che leggiamo, ma poi la governante è lì per ricordare che c’è anche dell’altro, ed è lei che spiega il titolo del film quando dice che ci sono tanti silenzi piccoli, tanti non detti, che a un certo punto diventano dei silenzi grandi, non più esprimibili.

La stanza del padre diventa il centro della casa, il luogo dove i personaggi entrano, si confrontano, e la sensazione è che parlino per sé stessi, senza mai guardare in faccia il padre. Padre che sembra non capire bene cosa succede, frastornato, stupito e allibito dalle accuse e dalla rabbia inaspettata che i familiari gli gettano addosso: subisce e non capisce, tutti entrano nella sua stanza e spengono la radio che lui ascolta.

Più il film procede più si apre a molteplici significati: la centralità della figura paterna, ma anche la perdita della sua rilevanza, e per ultimo la morte, lo svanire delle certezze, anche quelle dello spettatore, che alla fine è chiamato a rileggere tutto il film da un’altra prospettiva che nulla toglie, anzi arricchisce, il racconto. Ci si muove in una dimensione onirica, con inaspettati siparietti divertenti e battute fulminanti, corrosive, ironiche. La stanza del padre sarà l’ultima a essere svuotata dalla moglie, lasciandola ancora piena di desideri, di sogni interrotti, di vuoti, di speranza e di vita.

Tre piani

di Nanni Moretti con Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher

Tre piani

Un'occasione mancata, anche al di là delle legittime aspettative; un intreccio di storie e di personaggi che sfugge di mano e diventa un susseguirsi di scene e situazioni algide, senza pathos.
I tre piani sono quelli di una palazzina di Roma, che nell'originale del bel libro di Eshkol Nevo è a Tel Aviv, dove vivono tre famiglie: una coppia con una bambina che spesso viene affidata ai dirimpettai in pensione, un'altra coppia che ha appena avuto una bambina, ma il padre è lontano per lavoro e lascia la moglie da sola coi suoi fantasmi; e poi c'è una coppia di giudici il cui figlio ubriaco uccide con l'auto una donna.

In ognuno di questi nuclei familiari si aprono altre parentesi che portano lo spettatore a interrogarsi sul tema del perdono, ed è qui che il fim si inceppa: l'aggettivo che per primo viene in mente è perentorio; che è poi il tono e l'atteggiamento usato da Moretti quando parla, solo che se per il personaggio del padre giudice è perfetto, quando applicato a tutto il film fa diventare l'esposizione rigida, quasi ruvida, laddove sarebbe stato prezioso giocare sulle sfumature. Perché i tre piani sono anche quelli freudiani: l'Es, l'Io e il Superio (Moretti appunto), che si intrecciano anche in orizzontale, nel senso che su ogni piano (familiare) compaiono tutti e tre, com'è con la Buy che rappresenta l'Io nella lacerante relazione tra il figlio omicida e il padre intransigente.

Anche Woody Allen ci ha abituati a un tratteggio narrativo di poche pennellate sintetiche (pensiamo alla perfezione senza la minima sbavatura di Manhattan, Match Point o di Un'altra donna), ma qui il tratteggio diventa fare i compiti come si deve.
A colmare la mancanza di sfumature arrivano in soccorso i volti della Buy e della Rohrwacher, ma è troppo poco per un film che avrebbe potuto coinvolgerci molto, ma molto di più.

5 per 1000

La solidarietà che non costa

Con il cinque per mille ci aiuterai a incrementare il numero delle prestazioni gratuite per le persone in grave difficoltà psicologica ed economica.
Non ti costa niente e ci aiuterai a offrire un aiuto non solo a chi può permetterselo.

Cod. Fisc. 04917500961

Solidare, società cooperativa sociale ONLUS

Top